giovedì 31 dicembre 2009

Fine anno.

Il problema della fine è il ripresentarsi costantemente di strascichi d'adolescenza, la mancanza di sicurezza del proprio essere. Ritrovarsi apparentemente rinchiuso in un ruolo fisso. Un attore che recita sempre la stessa scena. Un clown che non fa più ridere. Al bando.
Chiudono i teatri, si va in scena da un'altra parte.

giovedì 17 dicembre 2009

Giunti nei pressi delle mura, dove si trovava l'imponente passaggio che immetteva nei campi fuori città, Grey e la ragazzina si inoltrarono per uno dei molti vicoli multicolori dove si accampavano, in tende e baracche, quei mercanti di passaggio che non potevano permettersi di meglio, poveri, straccioni, ladri e prostitute.
In pochi metri d'ampiezza, tra una casa e l'altra, si affollavano banchetti stracolmi di frutta, truffatori, oggetti di forme sconosciute e creature di chissà quale terra.
"Ah Kassìm! Vecchio mio!" proruppe Grey, andando incontro ad un uomo assai magro, il cui volto era scuro come il carbone, e solcato da mille e più rughe. Differentemente dall'età che dimostrava, l'uomo era molto vitale e abbracciò con vigore Grey. Lo seguivano un altro ometto, più basso e panciuto, con dei folti baffi, e un bambino.
Effettuate molto rapidamente le presentazioni i due vennero invitati da Kassìm dentro una tenda, svoltato l'angolo. Era in tessuto arancione, e sebbene non celasse molto il marasma esterno, l'ambiente era più ristretto, e si riusciva a parlare meglio.
Kassìm offrì a Grey e alla ragazzina del té, un aroma che lei non aveva mai sentito, tanto che non riuscì a decidere se le piaceva o meno. Kassìm nel frattempo raccontava del suo ultimo viaggio, svoltosi a sud, per il quale aveva dovuto attraversare un mare fino ad una terra desertica, il cui unico centro si trovava nel bel mezzo del nulla.
"Kassìm, devi aiutarmi in questo viaggio. Ho avuto poco tempo e... ho bisogno di te." Grey sembrava abituato a chiedere aiuto, senza fare tanti complimenti. Kassìm, d'altro canto, lo ascoltava divertito, come fosse un rituale già sperimentato.
"Avrai un cavallo, una mappa e qualche provvista. Nulla per cui privandomene dovrei pentirmi. Non mi hai però ancora detto il perché, di questa tua partenza."
Grey non parlò, ma il suo silenzio, e qualche giusta occhiata, furono molto più eloquenti.
"Mettitevi comodi, ad ogni modo. Domani partiremo anche noi, così faremo un po' del tragitto insieme e potremo ricordare il passato e riderci su!"
Grey ringraziò sentitamente e Samy arrossì in volto, sentendosi responsabile di tutto questo.
"Vi lasceremo nei pressi di Flenagan, quello è territorio dei centauri." Lo sguardo di Kassìm si era fatto d'un tratto molto serio, pensando probabilmente alle conseguenze di un passaggio da quelle parti.
"Centauri liberi?" Chiese Grey, visibilmente preoccupato.
"No, a quanto io sappia. Ma non è mai abbastanza prudente fidarsi."

domenica 6 dicembre 2009

Quando la ragazzina ebbe mangiato qualcosa si sentì più in forze, tale da rendere sicuro Grey che fosse il momento giusto per partire.
Poco prima, infatti, era salita dal piano di sotto la moglie del padrone della locanda, una donna robusta e ben piantata che avrebbe potuto facilmente tener testa agli sbronzi della sera. Questa aveva subito mostrato il suo forte istinto materno, prendendo in simpatia la ragazza e offrendole un piatto di zuppa sostanzioso, insieme ad un bicchierino di vino per riscaldarla.
Fuori la luce volgeva già al primo pomeriggio, e si sarebbero dovuti affrettare. Lei non aveva altro che i suoi vestiti addosso, Grey in breve raccolse le sue cose, pagò e prese il cavallo dalle stalle.
Raku era da sempre il suo compagno, l'unico che potesse ascoltarlo quando viaggiava solitario. Non era alto come gli altri cavalli, era di una specie tipica della sua zona. Era un cavallino più basso e robusto, ideale per le lunghe cavalcate, dotato di grande forza di volontà. Grey lo amava.
La ragazzina procedette in sella, mentre lui conduceva a piedi, per farla ristabilire completamente. Non parlava molto, sembrava riservata.
Avanzando sulla strada, presso la piazza, l'uomo vide un individuo in portantina attraversare scortato da cinque uomini armati con armature ed armi diverse. Anche fisicamente sembravano provenire da luoghi diversi. Mercenari, e uno di loro avrebbe potuto essere lui, se non si fosse messo al servizio di Samy, questa ragazzina sconosciuta, che poteva provare di essere una nobile solo dai suoi vestiti. In effetti si chiese se avesse dovuto chiederle una prova di ciò che gli aveva raccontato, ma poi ripensò alle parole del vecchio cartomante, proprio mentre passavano vicino a dove l'aveva incontrato.
Il banchetto era sparito, ma la voce dell'anziano sembrava ancora bisbigliargli nelle orecchie. Le sue parole lo avevano guidato ad un cammino senza certezze.
"Samy, puoi provarmi di essere di nobile stirpe?" chiese, senza guardarla.
La ragazzina si voltò arrossendo in un primo momento, senza rispondergli.
"Tieni, ho solo questo anello. Non ho potuto prendere altro con me." Riluttante, tese la mano, esponendo la fascetta d'oro sul quale erano incastonati tre rubini intorno ad un diamante.
"Per gli Dei! Nascondilo subito!" Sibilò Grey, coprendole la mano con la propria. "Se qualcuno dovesse vederlo arriverebbero a tagliarti una mano mentre dormi, per averlo!"
La ragazzina ritrasse la mano di scatto, spaventata.
Grey la guardò, scettico.
"Per quanto ne so, potresti anche averlo rubato."
Lei non rispose, preferendo tacere, senza sapere cosa dire di adatto.
Grey non credeva che una bambina di quel tipo avrebbe potuto derubare qualcuno di un anello simile, all'apparenza preziosissimo, e non cercare di fuggire immediatamente per venderlo. No, per una cosa del genere sarebbe dovuto esserci qualcuno di esperto, per strappare una simile fortuna dalla mano di una qualche dama, sicuramente protetta da schiere di uomini armati.
L'uomo si vergognò di ciò che le aveva detto, scusandosene.
In breve giunsero in uno dei quartieri della cinta muraria più esterna, dove alloggiavano gli stranieri.
"Che facciamo qui?" Chiese lei.
"Sto cercando una persona che potrà aiutarci.

mercoledì 2 dicembre 2009

Dopo una lunga notte, finalmente, la ragazzina sembrò riprendersi. Aprì lentamente gli occhi su di una stanza di locanda, scarna e arredata solo da un tavolo, una sedia e una piccola credenza.
Tutto era illuminato da un fievole raggio di luce che attraversava le tende tirate. Sentiva ancora, come in lontananza, la morsa del freddo e un brivido la scosse.
Lottò contro l'impellente bisogno di chiudere le palpebre, scacciandolo con l'improvviso timore per il fatto che non sapeva assolutamente dove si trovava e chi l'avesse portata li. Represse un grido.
Ricordava soltanto la pioggia scrosciante, quel frastuono continuo interrotto dallo schianto dei tuoni. Qualcosa l'aveva attaccata, scaraventandola a terra e facendole perdere i sensi, ma prima di svenire le era parso di vedere qualcun altro frapporsi fra lei ed il suo assalitore.
C'era un uomo, accanto a lei, addormentato su una sedia, col mento appoggiato sul palmo della mano ed ai piedi una bacinella con delle pezze bagnate. La ragazzina allungò un braccio verso la spalla dell'uomo, per assicurarsi che fosse reale. Questi, toccato, sobbalzò un attimo, con uno sguardo che le parve quasi più spaesato del suo, ma poi sembrò riacquistare coscienza della situazione.
Lei ora si stringeva le ginocchia al petto, non sapendo come comportarsi.
"Sei viva, grazie agli Dei! Cominciavo a temere." Disse Grey, avvicinandosi.
Dopo un attimo di esitazione la ragazza rispose.
"Chi sei tu e dove siamo?"
"Mi chiamo Grey, ieri sera sei stata assalita, ricordi?"
Grey si soffermò per un attimo a ripensare alla figura che l'aveva assalita. Era svanita nella pioggia dopo essere stata trafitta, poteva essere qualunque cosa, poteva anche essere sopravvissuta. Il suo sguardo si fece più duro per un attimo.
"Ti ringrazio per avermi salvata, Grey. Io sono Samy."
"Hai idea del perché qualcuno potrebbe volerti morta?" chiese lui.
"No... non riesco a immaginarlo."
"Dove sono i tuoi genitori, Samy? Ti riporterò a casa appena starai meglio."
"No!" scattò lei "Io... non posso tornare a casa. Io devo andare da qualche parte. Io devo."
La paura sembrò tornarle in volto.
"Per questo camminavi sotto la pioggia, ieri notte? Perché non puoi tornare a casa?"
"Io devo andare! Sono di nobile famiglia, probabilmente ieri volevano rapirmi e poi chiedere denaro in cambio! Deve essere così! Ma io devo andare via, è importante!"
"Potrebbero tentare di nuovo di catturarti allora. Dove sei diretta tutta sola?"
"Devo andare al monastero che si trova a nord, oltre Copper Hill."
"Tutta sola? Come pensi di arrivarci?"
"Io non lo so." Tacque la ragazzina, sconsolata. "Vieni con me Grey! Ti prego, ti pagherò quando tornerò a casa! Sarai il mio custode! Ti prego, aiutami!"
Sembrava disperata e senza speranze. Nel frattempo il sole cominciava ad alzarsi e Grey ricordò che ormai non gli era rimasto più molto denaro per pagare ancora quella stanza.
"Va bene, Samy. Ma dovrai fare ciò che ti dirò. Non sarà un viaggio in portantina." Disse lui, tentando quasi di spaventarla per farla rinsavire.
Lei accettò senza pensarci due volte, sorridendogli per la prima volta da quando si era svegliata.
Più tardi, dopo aver mangiato qualcosa, sembrò riacquistare finalmente un po' di colore.
"Quando dobbiamo partire?" Le chiese Grey, pensando a tutto quello che doveva organizzare.
"Il prima possibile, Grey. Dobbiamo sbrigarci."

lunedì 23 novembre 2009

Perfezione

Il punto non è la bellezza, ma avere tanti piccoli difetti affascinanti.

giovedì 19 novembre 2009

Appunti.

L'idea di instillare ancora la vita in quel grembo appestato dal fetore della morte la inorridiva.

martedì 27 ottobre 2009

L'aria, un ramo aspetta,
ha ancora intenzioni che arringano per il tuo orgoglio?
Morta la fauna la flora finalmente respira

venerdì 23 ottobre 2009

Alchemy: 0

Diario di Alfred Rorge.
Quest'oggi nessun passo avanti. Credo di essere ancora alla fase preliminare, sto raccogliendo le mie fonti.
Il criterio su cui mi baso è muovermi contro la basilare legge dell'alchimia: lo scambio equivalente. Dare tanto per ricevere tanto.
Non credevo fosse possibile che un argomento così solitamente evitato, temuto e censurato potesse essere stato disquisito così ampiamente nei secoli. Mi ritrovo sommerso dai libri alla ricerca di una minima traccia di indicazione. Sicuramente la questione è molto spinosa e suscettibile di sospetti, se dovessero trapelare informazioni sulle mie ricerche, devo perciò tutelarmi tenendo solo questo breve registro.
Sono costretto, proprio per motivi di riservatezza, a recarmi in biblioteca nelle ore più insolite o, meglio, a chiedere permessi di studio per accedervi in orario di chiusura, quando sono sicuro che nessuno possa notarmi intento a sfogliare libri poco... ortodossi.
Comincio a notare una certa concentrazione di trattazioni a riguardo in volumi provenienti da una zona ben precisa del paese. Sicuramente dovrò recarmici al più presto.
Contemporaneamente alle fonti scritte ho da qualche tempo incominciato personali esperimenti. Mi sto spingendo, passo dopo passo, oltre i limiti consentiti.
L'alchimia è una materia delicata, che obbedisce ad alcune regole ben precise, di cui probabilmente la più importante dal punto di vista etico è: l'alchimia non deve essere praticata su esseri viventi. Sarebbe un abominio, una aberrazione. Ma da quanto sto apprendendo l'uomo ha sempre tentato di andare oltre questo limite.
Da nessuna parte, però, è detto quali sono stati gli esiti di tali esperimenti. Mentre al contrario si accentuano particolarmente le ritorsioni sui folli che avevano osato tentare di avvicinarsi a Dio.
E' una domanda che mi sono posto spesso, di questi tempi. Quanto è vicino l'uomo a Dio?
Il desiderio di darmi una risposta credo sia l'impulso che mi spinge a rischiare tutto.
Gli esperimenti continuano.

lunedì 12 ottobre 2009

Numero 2

S'era fatta ormai sera e un vento gelido sferzava tra le vie. La luna diventava più chiara di minuto in minuto.
Al centro della città, in posizione dominante, stava la rocca del re. Come una lama, da quest'ultimo, svettava l'altissima torre della Stella, sulla cui sommità era posta un'enorme torcia, che quando veniva accesa era visibile a miglia e miglia di distanza, segno che la città era in pericolo.
Al di sotto della rocca l'abitato si sviluppava su tre livelli concentrici, collegati a spirale da una strada principale e da una serie di viuzze minori che sfidavano i pendii con rampe di scale e ripidi vicoletti.
Su una di queste strade avanzava Grey Lockhart, cupo sotto il mantello.
Ripensava all'assurda predizione di quel vecchio cartomante. Aveva vagato in lungo e in largo per la città alla ricerca di un lavoro, un incarico, di qualunque natura fosse, ma sembrava che nessuno avesse bisogno di una spada in più.
Aveva incontrato anche Kassìm, un vecchio mercante dell'oriente conosciuto tempo addietro, che invece di partire e assoldarlo come scorta ora aveva intenzione di fermarsi per qualche tempo prima di rimettersi in viaggio.
Doveva dunque accettare il vero significato delle parole di quel vecchio: vuote idiozie pronunciate per farsi beffa di lui.
E mentre pensava queste cose il tempo rapidamente era mutato. Un tuono seguì il lampo, e lentamente cominciarono a sentirsi le prime goccie di pioggia ticchettare contro il pavimento lastricato.

Una figurina ammantata di bianco si aggirava furtiva tra i vicoli più bui. Si muoveva a scatti, passando da un'ombra all'altra più in fretta che le esili gambe potevano. Una corsa, poi un'altra e ancora una.
La figura, completamente avvolta nel mantello, dovette fermarsi per riprendere fiato. Faceva freddo, e appena cominciò a piovere si ritrovò in breve completamente zuppa.
C'era, a una certa distanza, un'altra figura, più alta e slanciata, che da lontano la seguiva. L'individuo non si muoveva per le strade, ma sfruttava i tetti, balconi, camminamenti. Come un rapace osservava dall'alto le mosse della stanca figurina che ormai arrancava tra un viottolo e l'altro, visibilmente spaesata.
L'altro, reggendosi ad un balcone, incombeva ormai sopra di lei con spostamenti troppo rapidi perché potesse essere seminato. L'avrebbe facilmente preceduta, se così avesse voluto.
Si teneva però ad una distanza costante che gli permetteva di controllare tutte le strade circostanti.
A poco a poco, si rese conto l'individuo sui tetti, si stavano allontanando dalla zona centrale della città, verso i livelli più bassi, sempre più lontano dalla rocca.
Questi si bloccò, voltandosi indietro come a valutare la distanza, e quando fu soddisfatto riprese l'inseguimento.
Ora l'altra figura stava imboccando un lungo vicolo. L'individuo rapidamente l'avrebbe raggiunta e superata per poi agguantarla proprio all'uscita.
Non gli ci volle molto. In pochi balzi era già a tre quarti della lunghezza del vicoletto mentre l'altra si sarebbe trovata in posizione di lì a pochi attimi.
Si calò quindi sulla strada, proprio alle spalle della figura che ora correva verso l'uscita. Questa riuscì di scatto ad uscire dal vicolo proprio mentre l'inseguitore si slanciava dietro di lei, uscendo alla luce della luna. Ma un attimo prima che questi potesse ghermirla si ritrovò inchiodato contro un muro, trafitto da una spada sopraggiunta all'improvviso.
L'oscura creatura si agitò per qualche istante, protendendo le braccia contro il suo assalitore, soffiando dalla bocca come una belva infuriata. Un altro sussulto e si mutò nebbia, svanendo trasportato dal vento.
Sulla lama non c'era la minima traccia di sangue, ma una macchia scura era invece rimasta sul muro.
Grey Lockhart impallidì per un momento, ripensando a tutto ciò che era avvenuto in pochi attimi.
Riacquistata la lucidità si volse verso la strada, dove trovò l'altro individuo avvolto nel mantello candido e bagnato svenuta in terra.

lunedì 5 ottobre 2009

Stato di diritto.

Ragion di Stato. Machiavelli hai fatto scuola.

Sono un Disegnatore Eversivo.

martedì 29 settembre 2009

Smeraldo

"Come ti chiami?" Chiese il ragazzo.
"Non... non mi ricordo." Disse l'altro, stupendosi della sua stessa risposta.
"Come dovrei chiamarti, allora?"
Era una domanda legittima da fare. Si guardò intorno spaesato, come cercasse il suo nome scritto sui muri dei palazzi diroccati o su un bidone dell'immondizia in fiamme.
Tante piccole immagini cominciarono a balenargli dalla memoria. La testa gli doleva e sembrava che ogni ricordo provenisse da un passato remoto totalmente cancellato. Questo lo faceva soffrire.
Come se gli eventi accaduti non volessero più mostrarsi, assecondò il proprio istinto e smise di tentare di riportare alla luce dei fatti ormai sepolti alle sue spalle.
L'altro, da sopra la carcassa di un auto, lo guardava con impazienza, come si trovasse di fronte ad un malato. D'un tratto gli sembrò di scorgere nel suo sguardo una nota di pietà, e ciò gli provocò un moto di rabbia perché non ricordava nulla, era una tavola bianca e poteva essere chiunque, per cui quell'altro non aveva nulla per cui compatirlo.
"Chiamami Nero." Fu la prima cosa che gli venne in mente. "Che cosa vuoi da me?"
"Ho dei compagni, a due isolati da qui. Mi stanno aspettando. Andremo alla Piramide di Smeraldo dove si dice vi sia un alto numero di sopravvissuti."
Nero percepì il desiderio di speranza del ragazzo, che quasi non credeva alle sue stesse parole. I sopravvissuti umani erano decimati minuto per minuto. Ondate di robot stavano lentamente sterminando ogni residua sacca di resistenza per poi completare tranquillamente il lavoro con tutti coloro che erano semplicemente troppo deboli per combattere.
Nero fu trafitto dal ricordo di una stanza totalmente buia. Un rumore meccanico si faceva più persistente, poi il lampo di un laser aveva accompagnato delle urla e nulla più. Sentì che aveva avuto paura, ed anche ora al pensiero di poter provare ancora qualcosa del genere gli si raggelava il sangue.
"Vengo con voi! Vi servirà tutto l'aiuto possibile!" Esclamò Nero all'altro che già si stava allontanando e che lo degnò solo di un cenno di approvazione.
Doveva avere alcuni anni in più di lui, camminava sicuro per le strade senza timore di incontrare pattuglie.
La città era una massa informe di edifici sventrati, fiamme e, nel peggiore dei casi, le ultime grida di esseri umani morenti. Nessuno voleva trovarsi in queste situazioni, soprattutto la notte, quando le urla di coloro che lentamente perivano dissanguati o schiacciati o ustionati infestavano il sonno.

domenica 27 settembre 2009

Numero 1

"Qual è il tuo nome?" disse il vecchio, mescolando un mazzo di tarocchi.
"Perché dovrei dirtelo, vecchio?" gracchiò l'altro rialzandosi, mestamente ferito nell'orgoglio.
"La tua sorte si lega all'impiccato, cavaliere." Ed estrasse dal mucchio la carta dell'uomo appeso per il collo. "Fortunatamente per te, il tuo ruolo sarà quello della torre."
La medesima figura si sovrappose alla precedente.
Sembrava un presagio di sventura, a darvi ascolto. Di quei segni che non si dovrebbero nemmeno scorgere all'orizzonte per non andare a cercarsi dei guai lungo la strada.
Il cartomante sembrò intuire lo spaesamento dell'uomo, la cui concentrazione era visibilmente ancora offuscata dall'alcol. Si stava agitando.
Intorno ai due la città era ormai sveglia. Ai margini della strada si appostavano pescivendoli urlanti, mendicanti, prostitute che tornavano al proprio bordello.
Mentre le madri si aggiravano per la piazza, al centro di essa i ragazzini giocavano intorno alla torreggiante struttura della forca, la quale emanava ancora un leggero olezzo di cadavere e piscio.
Fu proprio presso la forca che si avvicinò schiamazzando una folla raggruppata attorno ad un carro, entro il quale stavano legati i condannati del giorno, accompagnati dal boia ed altri quattro armati.
La gente li intorno urlava, qualcuno lanciò della verdura marcia contro i prigionieri che, definitivamente rassegnati, non alzavano più nemmeno lo sguardo.
Le guardie che li scortavano dovettero più volte far arretrare gli astanti per raggiungere la struttura al centro.
Erano quattro uomini tra i venti e quarant'anni, due accusati di furto in casa di alcuni nobili e due di assassinio.
Il boia si sfregava le mani, prima calare la leva.
Il cavaliere volse la testa, attirato dallo spettacolo, proprio un attimo prima che la sentenza fosse eseguita. Riuscì così ad osservare gli ultimi istanti di vita di quegli uomini sintetizzati in un rantolo sommesso e una smorfia.
Il pubblico aveva taciuto per un istante per poi scoppiare in urla festose. Di lì a qualche minuto la folla si era già allontanata, ed aveva ripreso le attività quotidiane. I bambini lì intorno si erano allontanati di qualche metro, ora che il posto era occupato da quattro cadaveri freschi.
"Quegli uomini" intervenne il vecchio, distogliendo l'attenzione del cavaliere dalla scena macabra. "Hanno anche loro la carta dell'impiccato, ma sono accompagnati da quella della morte."
L'uomo gettò un'altra occhiata verso la forca, come a cercare tra quei corpi penzolanti anche la figura della mietitrice.
"Invece tu sei la torre." riprese quello. "Il fato ti farà incrociare qualcosa o qualcuno che avrà bisogno del tuo aiuto."
Il vecchio tamburellò con le dita contro il banchetto di legno, come indispettito della mancanza di reazione dell'altro che lo guardava come inebetito.
"Tienilo bene a mente, ragazzo. Ora vattene, ho altri clienti che mi aspettano!" Lo redarguì quello, scostandolo malamente con un braccio.
L'uomo fece qualche passo per tentare di scrollarsi di dosso quella brutta sensazione che lo aveva colto dopo aver ascoltato le insensatezze del cartomante, convinto di spaventarlo.
A sentirlo poteva trattarsi di un'occasione di lavoro. Non erano pochi coloro che ingaggiavano qualcuno per protezione. Succedeva spesso quando ci si accingeva ad effettuare un viaggio verso altre terre. I clienti erano per lo più degli arricchiti che non potevano però permettersi una guardia personale, così si rivolgevano ai mercenari.
Non gli piaceva considerarsi un mercenario, ma era l'unico modo per guadagnare qualche spicciolo, date le sue possibilità.
L'uomo, in un moto di ottimismo, decise di fare un giro per le altre piazze e le locande, così da controllare se qualcuno avesse bisogno di una valida spada. Gli tornò alla mente la pessima figura di poco prima. Poggiò la mano destra sull'impugnatura della lama, sperando che al momento giusto sarebbe riuscito a estrarla.
Il giorno volse rapidamente al termine. La luce scemava e venne la pioggia accompagnata da insistenti raffiche di vento.
Il tempo peggiorava di minuto in minuto e il guerriero tornava, sconfitto, al suo alloggio.
Se non avesse trovato rapidamente del denaro avrebbe dovuto vendere il cavallo.

lunedì 21 settembre 2009

Irreale letterario.

«I personaggi di Dan Brown sono completamente piatti e bidimensionali»: parola di Philip Pullman, autore della trilogia di Queste oscure materie, scrittore da oltre quindici milioni di copie vendute. «La fondamentale ignoranza di Dan Brown sui comportamenti umani è stupefacente, e i suoi personaggi dialogano in un modo del tutto irrealistico. Dan Brown non sa come gestire i normali meccanismi letterari, ma questo non interessa né a lui né ai suoi milioni di lettori. Non c’è niente di male a fare ciò che fa, ma non è un grande scrittore».

sabato 19 settembre 2009

Numero 0

L'uomo, barcollante e dal passo assai insicuro, avanzò sulla strada fuoriuscendo dal vicolo fetido alle sue spalle, riconquistando l'aria fresca. Camminava un passo alla volta, appoggiandosi di tanto in tanto contro i muri delle case.
Lentamente sembrava stesse riacquistando la lucidità perduta e, resosi meglio conto dello stato in cui versava, si staccò dalla parete per ispezionarsi, assicurandosi di avere ancora con se tutti i suoi averi. Pareva non mancare nulla, ma l'improvviso tentativo di rimanere saldo sui propri piedi gli procurò una forte vertigine e un conato di vomito.
Il sole del mattino aveva invaso tutta la strada, e ora picchiava forte sull'accaldato individuo che incespicava sui suoi passi sotto un mantello scuro. Non riusciva ancora ad aprire del tutto gli occhi e la testa rimbombava ad ogni suono.
Non si sarebbe mai abituato alle sbronze notturne. Avesse avuto un cavallo... il pensiero di tutto quel dondolio lo costrinse ad appoggiarsi di nuovo.
Il suo cavallo era rimasto alle stalle, o almeno così riusciva a ricordare.
Finalmente alzò la testa, raddrizzando il corpo sulla strada, finalmente nella giusta prospettiva.
Qualcuno cominciava a uscire di casa, la città si stava svegliando dal torpore notturno e cominciavano a udirsi i primi chiacchiericci degli uomini alla bottega, il pianto dei lattanti che reclamavano il pasto e le bande di ragazzini che urlavano qui e là.
L'uomo tentò di orientarsi. Doveva essere vicino alla piazza.
"Cavaliere, hai proprio una brutta cera!" Bofonchiò una voce anziana a qualche metro.
Era proprio un vecchio, con una barbetta bianca ordinata e un cappellaccio rammendato che stava ad un banco.
Probabilmente un cartomante.
"Chi dice che sono un cavaliere?" Gracchiò l'uomo acidamente, senza quasi guardarlo.
"Sento un bel tintinnare di una spada lì sotto, ma anche da qui mi accorgo che deve essere coperta di ruggine!"
Palesemente un insulto, ma l'uomo non aveva la forza, in quel momento, di ricordare a quel vecchio incartapecorito che il suo onore sarebbe stato difeso da quella stessa spada e che gliela avrebbe fatta pagare cara.
Riuscì soltanto a emettere una sorta di grugnito e, scostano maldestramente il mantello, cercò di estrarre la lama dal fodero, una operazione tanto elementare quanto, in quel momento, impegnativa.
Lo sforzo gli fece dimenticare per un attimo che doveva mantenersi in equilibrio, così crollo in avanti tirando fuori a malapena un quarto della spada.
In effetti, pensò rialzandosi, era un bel po' di tempo che non se ne serviva, e magari ora anche il suo braccio cominciava ad arrugginire.
Si massaggiò il mento barbuto con una mano, mentre guardava di traverso il vecchio che ridacchiava con quei quattro denti che gli erano rimasti.

domenica 13 settembre 2009

Felicità.

"felice, come un motore rotary che continua a girare in zona rossa" (initial D)

martedì 1 settembre 2009

E' strano che faccia male proprio lì, sul petto a sinistra.

domenica 23 agosto 2009

Cervello di cornacchia.

Questa è poesia da telenovela, sole cuore amore. Il dizionario televisivo delle cornacchie.
Premere un bottone di fronte ad un bel paesaggio lo sa fare anche una scimmia.
Crani vuote cotti dalle radiazioni e larve convinte di volersene cibare.

venerdì 14 agosto 2009

Volevo regalarti un fiore, ma appassisce d'un battito del cuore. Vorrei regalarti il tempo del mondo per conoscerci completamente e la luna per rassicurarti nella notte. Ci apparteniamo come il sangue alla sua ferita.

lunedì 10 agosto 2009

Porfido

Vagai a lungo, senza rendermi quasi conto dei miei passi. Ricordo solo vagamente il rosso intenso dei tappeti condurmi lungo il corridoio dove, dalle pareti, occhieggiavano sinistre figure nelle loro biblioteche, studioli, giardini rinchiusi entro la cornice del quadro.
Credo che a condurmi qui sia stata la curiosità per quel giardino di rose. Sebbene fosse notte, la pallida luce lunare risaltava le macchie cremisi sui cespugli spinosi.
Apparentemente era pefetto, con un roseto ben curato e qualche albero sparso. Vi si accedeva attraverso un'ampia porta finestra che dava su di un soggiorno riparato da pesanti tende color porpora. Immagino d'essere passato proprio da lì.
Il maniero, scoprii in seguito, era disabitato da cinquant'anni.
Dicono che tutto accadde in una notte tranquilla, senza una nuvola in cielo ed una piacevole brezza frizzante nell'aria.
Il marchese del tempo, un uomo conosciuto per i suoi gusti affatto comuni in fatto di donne e per questo mal visto dai suoi concittadini, avrebbe divorato le sue tre mogli, accompagnandole con un bicchiere di vino bianco.
Un ulteriore scandalo per il paese, famoso per il suo vino rosato, che ben si sposava con le carni più tenere.
Ebbene la cena, raccontano, si consumò romanticamente in giardino, su di un letto di petali di rose, alla luce della luna e di una candela.
Stranamente non ricordai nulla, in quel momento, mentre mi aggiravo sul prato all'inglese.
D'un tratto, ecco che dietro un cespuglio, per terra, notai una candela. Quella candela, mi dissi.
Per un istante mi sentii scosso, ma quasi subito fui colpito da un dettaglio. La candela era intera, sembrava nuova, e dello stesso rosso intenso delle rose, come se lo fosse stata essa stessa e fosse da poco caduta dal cespuglio lì accanto.
Mi tornò poi in mente tutta la storia del marchese, del banchetto, e di quel suo particolare lumicino che l'aveva assistito.
Avevo bisogno di qualcosa di dolce, perché d'improvviso percepii un forte sapore salato e ferroso in bocca. Deglutii. La saliva era densa e sentii un conato risalire veloce su per la gola, ma resistetti.
Era troppo buio e mi decisi a cogliere la candela, per portarmi poi alla luce della luna e trovare l'uscita.
Superata un'aiuola raggiunsi un ampio spazio libero, ben illuminato, dove soffiava un vento gentile, come un lembo di seta. Mi sentii toccare.
Mi voltai ed alle mie spalle vidi, disposte a ventaglio, tre donne vestite di bianco, quasi eteree.
La candela, nella mie mani, si era accesa.

domenica 9 agosto 2009

Dandy?

Rigorosamente cito, non è mio.
"Beardsley vestiva completamente in diverse tonalità di grigio. Il pittore Whistler interamente di bianco e nero, ma con una lieve nota di colore nel fazzoletto da taschino. Anche Baudelaire aveva adottato questo tipo di divisa, tanto da venir chiamato dai critici e dai conoscenti 'monsignor Brummel'; il suo tocco di colore era dato dai guanti: primula, rosa, gialli. E da una sciarpa oltraggiosamente rossa, che metteva solo ai funerali. I suoi papillon erano fatti su misura, seguento un suo preciso disegno, tanto per sbeffeggiare inconsapevolmente, e in anticipo, la manìa dell'abito in serie. Un dandy ottocentesco oggi, vedendo una giacca moderna, oltre a notarne la scandalosa bruttezza, noterebbe migliaia di difetti che oggi non saremmo neanche più capaci di individuare. "

lunedì 4 maggio 2009

Perdite.

Abbiamo perso 6 kili. La mia pancia, piccolo animale domestico, si è ridotta. Mi mancherebbero 3 kili. Inadeguatezza per me stesso. e_e Due coglioni.

venerdì 24 aprile 2009

Mi chiedo a volte se io abbia mai pensato in tutta la mia vita. Credo di riuscire a mettermi in contatto con me stesso nell'arco di tempo compreso da quando spengo la luce sul comodino a quando mi addormento. A volte sono minuti, a volte ore. Sta di fatto che le parole scivolano chiare nella mia testa, come un immenso libro, un calderone custodito nel cervello, che aspetta solo di uscire quando non c'è nulla a distrarmi.
Forse è per questo che non mi addormento subito.
E' un meccanismo perverso che scatta solo quando la mente può vagare indisturbata, i sensi sono assopiti e niente può interrompere il flusso dei miei pensieri. Misteri cerebrali.
Mi addormento imponendomi di ricordare ogni singola parola, per poi riportarla il giorno dopo. Ma quando mi sveglio l'incantesimo si spezza. Che cliché orribile.