martedì 29 settembre 2009

Smeraldo

"Come ti chiami?" Chiese il ragazzo.
"Non... non mi ricordo." Disse l'altro, stupendosi della sua stessa risposta.
"Come dovrei chiamarti, allora?"
Era una domanda legittima da fare. Si guardò intorno spaesato, come cercasse il suo nome scritto sui muri dei palazzi diroccati o su un bidone dell'immondizia in fiamme.
Tante piccole immagini cominciarono a balenargli dalla memoria. La testa gli doleva e sembrava che ogni ricordo provenisse da un passato remoto totalmente cancellato. Questo lo faceva soffrire.
Come se gli eventi accaduti non volessero più mostrarsi, assecondò il proprio istinto e smise di tentare di riportare alla luce dei fatti ormai sepolti alle sue spalle.
L'altro, da sopra la carcassa di un auto, lo guardava con impazienza, come si trovasse di fronte ad un malato. D'un tratto gli sembrò di scorgere nel suo sguardo una nota di pietà, e ciò gli provocò un moto di rabbia perché non ricordava nulla, era una tavola bianca e poteva essere chiunque, per cui quell'altro non aveva nulla per cui compatirlo.
"Chiamami Nero." Fu la prima cosa che gli venne in mente. "Che cosa vuoi da me?"
"Ho dei compagni, a due isolati da qui. Mi stanno aspettando. Andremo alla Piramide di Smeraldo dove si dice vi sia un alto numero di sopravvissuti."
Nero percepì il desiderio di speranza del ragazzo, che quasi non credeva alle sue stesse parole. I sopravvissuti umani erano decimati minuto per minuto. Ondate di robot stavano lentamente sterminando ogni residua sacca di resistenza per poi completare tranquillamente il lavoro con tutti coloro che erano semplicemente troppo deboli per combattere.
Nero fu trafitto dal ricordo di una stanza totalmente buia. Un rumore meccanico si faceva più persistente, poi il lampo di un laser aveva accompagnato delle urla e nulla più. Sentì che aveva avuto paura, ed anche ora al pensiero di poter provare ancora qualcosa del genere gli si raggelava il sangue.
"Vengo con voi! Vi servirà tutto l'aiuto possibile!" Esclamò Nero all'altro che già si stava allontanando e che lo degnò solo di un cenno di approvazione.
Doveva avere alcuni anni in più di lui, camminava sicuro per le strade senza timore di incontrare pattuglie.
La città era una massa informe di edifici sventrati, fiamme e, nel peggiore dei casi, le ultime grida di esseri umani morenti. Nessuno voleva trovarsi in queste situazioni, soprattutto la notte, quando le urla di coloro che lentamente perivano dissanguati o schiacciati o ustionati infestavano il sonno.

domenica 27 settembre 2009

Numero 1

"Qual è il tuo nome?" disse il vecchio, mescolando un mazzo di tarocchi.
"Perché dovrei dirtelo, vecchio?" gracchiò l'altro rialzandosi, mestamente ferito nell'orgoglio.
"La tua sorte si lega all'impiccato, cavaliere." Ed estrasse dal mucchio la carta dell'uomo appeso per il collo. "Fortunatamente per te, il tuo ruolo sarà quello della torre."
La medesima figura si sovrappose alla precedente.
Sembrava un presagio di sventura, a darvi ascolto. Di quei segni che non si dovrebbero nemmeno scorgere all'orizzonte per non andare a cercarsi dei guai lungo la strada.
Il cartomante sembrò intuire lo spaesamento dell'uomo, la cui concentrazione era visibilmente ancora offuscata dall'alcol. Si stava agitando.
Intorno ai due la città era ormai sveglia. Ai margini della strada si appostavano pescivendoli urlanti, mendicanti, prostitute che tornavano al proprio bordello.
Mentre le madri si aggiravano per la piazza, al centro di essa i ragazzini giocavano intorno alla torreggiante struttura della forca, la quale emanava ancora un leggero olezzo di cadavere e piscio.
Fu proprio presso la forca che si avvicinò schiamazzando una folla raggruppata attorno ad un carro, entro il quale stavano legati i condannati del giorno, accompagnati dal boia ed altri quattro armati.
La gente li intorno urlava, qualcuno lanciò della verdura marcia contro i prigionieri che, definitivamente rassegnati, non alzavano più nemmeno lo sguardo.
Le guardie che li scortavano dovettero più volte far arretrare gli astanti per raggiungere la struttura al centro.
Erano quattro uomini tra i venti e quarant'anni, due accusati di furto in casa di alcuni nobili e due di assassinio.
Il boia si sfregava le mani, prima calare la leva.
Il cavaliere volse la testa, attirato dallo spettacolo, proprio un attimo prima che la sentenza fosse eseguita. Riuscì così ad osservare gli ultimi istanti di vita di quegli uomini sintetizzati in un rantolo sommesso e una smorfia.
Il pubblico aveva taciuto per un istante per poi scoppiare in urla festose. Di lì a qualche minuto la folla si era già allontanata, ed aveva ripreso le attività quotidiane. I bambini lì intorno si erano allontanati di qualche metro, ora che il posto era occupato da quattro cadaveri freschi.
"Quegli uomini" intervenne il vecchio, distogliendo l'attenzione del cavaliere dalla scena macabra. "Hanno anche loro la carta dell'impiccato, ma sono accompagnati da quella della morte."
L'uomo gettò un'altra occhiata verso la forca, come a cercare tra quei corpi penzolanti anche la figura della mietitrice.
"Invece tu sei la torre." riprese quello. "Il fato ti farà incrociare qualcosa o qualcuno che avrà bisogno del tuo aiuto."
Il vecchio tamburellò con le dita contro il banchetto di legno, come indispettito della mancanza di reazione dell'altro che lo guardava come inebetito.
"Tienilo bene a mente, ragazzo. Ora vattene, ho altri clienti che mi aspettano!" Lo redarguì quello, scostandolo malamente con un braccio.
L'uomo fece qualche passo per tentare di scrollarsi di dosso quella brutta sensazione che lo aveva colto dopo aver ascoltato le insensatezze del cartomante, convinto di spaventarlo.
A sentirlo poteva trattarsi di un'occasione di lavoro. Non erano pochi coloro che ingaggiavano qualcuno per protezione. Succedeva spesso quando ci si accingeva ad effettuare un viaggio verso altre terre. I clienti erano per lo più degli arricchiti che non potevano però permettersi una guardia personale, così si rivolgevano ai mercenari.
Non gli piaceva considerarsi un mercenario, ma era l'unico modo per guadagnare qualche spicciolo, date le sue possibilità.
L'uomo, in un moto di ottimismo, decise di fare un giro per le altre piazze e le locande, così da controllare se qualcuno avesse bisogno di una valida spada. Gli tornò alla mente la pessima figura di poco prima. Poggiò la mano destra sull'impugnatura della lama, sperando che al momento giusto sarebbe riuscito a estrarla.
Il giorno volse rapidamente al termine. La luce scemava e venne la pioggia accompagnata da insistenti raffiche di vento.
Il tempo peggiorava di minuto in minuto e il guerriero tornava, sconfitto, al suo alloggio.
Se non avesse trovato rapidamente del denaro avrebbe dovuto vendere il cavallo.

lunedì 21 settembre 2009

Irreale letterario.

«I personaggi di Dan Brown sono completamente piatti e bidimensionali»: parola di Philip Pullman, autore della trilogia di Queste oscure materie, scrittore da oltre quindici milioni di copie vendute. «La fondamentale ignoranza di Dan Brown sui comportamenti umani è stupefacente, e i suoi personaggi dialogano in un modo del tutto irrealistico. Dan Brown non sa come gestire i normali meccanismi letterari, ma questo non interessa né a lui né ai suoi milioni di lettori. Non c’è niente di male a fare ciò che fa, ma non è un grande scrittore».

sabato 19 settembre 2009

Numero 0

L'uomo, barcollante e dal passo assai insicuro, avanzò sulla strada fuoriuscendo dal vicolo fetido alle sue spalle, riconquistando l'aria fresca. Camminava un passo alla volta, appoggiandosi di tanto in tanto contro i muri delle case.
Lentamente sembrava stesse riacquistando la lucidità perduta e, resosi meglio conto dello stato in cui versava, si staccò dalla parete per ispezionarsi, assicurandosi di avere ancora con se tutti i suoi averi. Pareva non mancare nulla, ma l'improvviso tentativo di rimanere saldo sui propri piedi gli procurò una forte vertigine e un conato di vomito.
Il sole del mattino aveva invaso tutta la strada, e ora picchiava forte sull'accaldato individuo che incespicava sui suoi passi sotto un mantello scuro. Non riusciva ancora ad aprire del tutto gli occhi e la testa rimbombava ad ogni suono.
Non si sarebbe mai abituato alle sbronze notturne. Avesse avuto un cavallo... il pensiero di tutto quel dondolio lo costrinse ad appoggiarsi di nuovo.
Il suo cavallo era rimasto alle stalle, o almeno così riusciva a ricordare.
Finalmente alzò la testa, raddrizzando il corpo sulla strada, finalmente nella giusta prospettiva.
Qualcuno cominciava a uscire di casa, la città si stava svegliando dal torpore notturno e cominciavano a udirsi i primi chiacchiericci degli uomini alla bottega, il pianto dei lattanti che reclamavano il pasto e le bande di ragazzini che urlavano qui e là.
L'uomo tentò di orientarsi. Doveva essere vicino alla piazza.
"Cavaliere, hai proprio una brutta cera!" Bofonchiò una voce anziana a qualche metro.
Era proprio un vecchio, con una barbetta bianca ordinata e un cappellaccio rammendato che stava ad un banco.
Probabilmente un cartomante.
"Chi dice che sono un cavaliere?" Gracchiò l'uomo acidamente, senza quasi guardarlo.
"Sento un bel tintinnare di una spada lì sotto, ma anche da qui mi accorgo che deve essere coperta di ruggine!"
Palesemente un insulto, ma l'uomo non aveva la forza, in quel momento, di ricordare a quel vecchio incartapecorito che il suo onore sarebbe stato difeso da quella stessa spada e che gliela avrebbe fatta pagare cara.
Riuscì soltanto a emettere una sorta di grugnito e, scostano maldestramente il mantello, cercò di estrarre la lama dal fodero, una operazione tanto elementare quanto, in quel momento, impegnativa.
Lo sforzo gli fece dimenticare per un attimo che doveva mantenersi in equilibrio, così crollo in avanti tirando fuori a malapena un quarto della spada.
In effetti, pensò rialzandosi, era un bel po' di tempo che non se ne serviva, e magari ora anche il suo braccio cominciava ad arrugginire.
Si massaggiò il mento barbuto con una mano, mentre guardava di traverso il vecchio che ridacchiava con quei quattro denti che gli erano rimasti.

domenica 13 settembre 2009

Felicità.

"felice, come un motore rotary che continua a girare in zona rossa" (initial D)

martedì 1 settembre 2009

E' strano che faccia male proprio lì, sul petto a sinistra.