Il professor Rufus LaConnier, docente universitario, abitava in un appartamento al numero 99 di Fleet Street e ogni giorno si svegliava puntuale alle sette e zero-zero. Non possedeva una sveglia perché, diceva, lo stressava terribilmente il pensiero di un trillo improvviso e fastidioso.
Al professore piaceva molto dormire. Come un morto, diceva lui, e tale si considerava quando spegneva la luce sul comodino.
Anzi, ne era talmente convinto che la targhetta sulla porta d’ingresso recitava "Prof. Rufus LaConnier morto dal 1840" , così nessuno lo avrebbe disturbato.
Rufus cominciava sempre la giornata con una visitina al bagno durante la quale si accertava che nessun alligatore spuntasse dal gabinetto. Espletato il bisogno primario beveva un caffé nero, senza zucchero, una cosa rivoltante che odiava terribilmente e gli procurava forti dolori di stomaco ma che, per logica, lo teneva sveglio.
Mentre si lavava accuratamente, Rufus amava osservare allo specchio il suo viso cambiare. Un attimo prima era quello della sua infanzia, un attimo dopo sembrava quello di un uomo che stesse per morire, e rideva mostrando inesistenti denti giallastri e spaccati da cui vedeva uscire vermi.
A essere sinceri il suo bagno rifletteva lo stato di putrefazione del suo corpo: l’acqua dei rubinetti era giallastra, un orribile fetore risaliva dagli scarichi, i tubi perdevano acqua e le pareti erano ricoperte di muffa o semicadenti.
Poi si ricordava che ormai era sveglio e non era morto e tutto tornava alla normalità, la sua immagine come il suo bagno.
Fischiettava sotto la doccia e mentre si radeva vedeva sempre nello specchio qualcuno che da dietro lo sgozzava.
Rufus si diceva che tutto quello che vedeva era il reflusso delle sue idee giovanili in materia letteraria. Era sempre stato un po’ macabro ma non gli era mai piaciuto pensare di trarre qualcosa da ciò, piuttosto era diventato uno scrittore di romanzi di vita con ambientazioni moderne.
Forse per riflesso dei i suoi precedenti gusti, aveva preso l’abitudine di far morire i personaggi dei suoi romanzi nello scioglimento finale della trama.
Il professore passava la metà delle sue giornate come docente e il resto del giorno rimaneva chiuso in casa a scrivere, con un bicchiere di latte accanto alla macchina da scrivere, una vecchia Olivetti perfettamente lucidata e linda a cui rimaneva seduto per molte ore di seguito.
Questa era la vita di Rufus, che non aveva contatti con nessuno se non a lavoro. Usufruiva del servizio a domicilio per le vettovaglie, il portiere del condominio si occupava della spazzatura e lui rimaneva nel suo mondo casalingo dove il ticchettio di un orologio poteva nascondere un ordigno.
Forse anche per questo motivo, quando non si trovava immerso nella sua immaginazione, era un tipo ordinato e metodico e l’appartamento lo rispecchiava.
Un pomeriggio, al rientro dal lavoro, si comportò come tutti i giorni.
Girò la chiave con attenzione per non attirare l’attenzione di alcun vicino e sbirciò da uno spiraglio per accertarsi che non vi fosse nessuno in casa. Chiusa la porta dietro di sé, posò l’impermeabile e mise una padella sul fuoco per cucinarsi un pasto già pronto che sicuramente non era quel miscuglio di cervella e bulbi oculari che vedeva scoppiettare sul fuoco e schizzarlo di sangue.
Mise tutto su un piatto, dopo aver ripulito la padella e sistemato la cucina, e si mise al tavolo di fronte alla finestra.
Prima però accese la radio, sintonizzandosi automaticamente su urla umane e strepiti convulsi. No. Girò ancora la manopola e trovò la sintonia giusta.
Alla finestra sembrava stesse piovendo, grandine o bombe a grappolo, non seppe distinguere e finì rapidamente di mangiare così da potersi mettere immediatamente a scrivere.
Qualcuno bussò inaspettatamente alla porta.
Rufus sentì tre colpi di pistola uccidere il silenzio tombale di casa sua, e si gettò a terra. Un quarto rintocco gli ricordò una funzione della porta che ormai da troppo tempo non rammentava più.
Eppure c’è scritto che sono morto,
Chi bussava era alquanto insistente, faceva delle brevi pause ogni tre colpi. Ad ogni passo, e ad ogni rintocco, Rufus sentiva una campana funebre.
L’uomo tolse il chiavistello, girò la chiave, fece scattare il paletto e aprì la porta.
"Alexiel…" disse lui, atterrito, la bocca bloccata e gli occhi che fissavano la donna sulla soglia di casa sua.
"Proprio così." Sibilò lei, spingendo la porta per entrare e scostando Rufus con malagrazia. L'uomo la richiuse di schianto.
"Tu sei morta…!" Disse, sorreggendosi alla parete.
"Sarei qui, allora?"
Rufus si allontanò dalla parete ricomponendosi, sbattendo le palpebre per qualche istante.
Era solo un’altra allucinazione.
"Fai come se fossi a casa tua." Disse allora Rufus, tornando al suo tavolo di lavoro, decisamente incurante della presenza di lei.
In fin dei conti doveva finire di scrivere il suo terzo romanzo, in fretta. Era la storia di un ciabattino, o era un impiegato, ancora doveva definire il personaggio principale, l’ambientazione e la trama.
Ma prima o poi doveva cominciare anche se aveva visioni alquanto reali.
Bevve d’un sorso il bicchiere di latte sul tavolo e, non contento, si preparò della vodka ghiacciata.
"Ancora qui?" Disse all'allucinazione in gonnella che si stava accendendo una sigaretta.
"Non ho alcuna intenzione di andarmene." Disse lei. Aspirò e gli tolse il bicchiere di vodka dalle mani.
Rufus non seppe cosa dire o come reagire sul momento. Alexiel era una bella donna dallo sguardo glaciale, con capelli lunghi e biondi ed occhi grigio perla. Insomma, era proprio come Rufus l'aveva immaginata in ogni singola movenza, ed espressione.
La donna era un personaggio del suo precedente romanzo rimasta uccisa da una massiccia dose di arsenico. Era determinata, forte, poco incline alla pietà.
Esattamente la sensazione che adesso sentiva sulla pelle.
"Se te lo stai chiedendo," riprese lei " no. Tu non mi hai ucciso. O almeno, non ci sei riuscito." Detto questo, mandò giù la vodka e si sedette di fronte a Rufus.
Solitamente le visioni non interagivano molto con lui, se ne stavano in disparte, disturbavano solo qualcuno dei suoi sensi. Alexiel invece sembrava proprio in carne ed ossa.
La luce rugginosa proveniente dalla lampadina del soffitto della cucina dava una sfumatura brunita ai capelli biondi che incorniciavano il suo viso. Poteva sentirne la voce uscire dalla sua bocca e non sono nella sua testa. Percepiva chiaramente l'odore della sigaretta e il fumo soffiato via contro il suo viso mischiato alla vodka.
Rufus la toccò in viso, come per avere un'ulteriore conferma.
"Dunque tu esisti sul serio? Come sei sopravvissuta?"
La sensazione di parlare ad un fantasma era svanita, c'era qualcun altro con lui in casa.
"Non ne ho la minima idea, non ci sei riuscito e visto che hai distrutto la mia vita ho deciso di venire da te."
Alexiel non sembrava turbata, indifferente piuttosto.
Rufus tacque. Le pareti sembravano stringerglisi attorno, suscitandogli una grande inquietudine. D'improvviso c'era soltanto lei, nella sua candida bellezza.
Niente più bombardamenti fuori dalla finestra, nessun fantasma con la mannaia faceva capolino dalla porta, nei barattoli sulla credenza c'erano solo spezie.
Quanto era bella. Indossava lo stesso vestito con il quale ricordava di averla uccisa, una gonna grigia molto attillata e una maglia di lana sul rosa, molto semplice, ma era il suo viso ad esprimere tutto ciò che il corpo non comunicava.
C'era qualcosa però che non andava, come un impercettibile rumore sordo che lo martellava. Qualcosa di sbagliato nella presenza così vivida di quella donna che sembrava assorbirlo come un buco nero, un tunnel che escludeva tutto il resto.
Rufus senti un piccolo spasmo muscolare alla mano destra. Si alzò e senza essersene nemmeno reso conto aveva colpito violentemente Alexis con la bottiglia di vodka.
Lei era crollata, svenuta su un fianco.
Rufus si riscosse con il cuore che batteva forte, sentiva sudore freddo colargli lungo la schiena. Metabolizzato ciò che aveva fatto la raccolse tra le braccia delicatamente, trasportandola fino al suo letto sul quale la depose perfettamente distesa. Sul tavolo in cucina c'era ancora la sua borsetta di finta pelle nera, tutto ciò che le era rimasto quando era morta la prima volta.
La prese e vi trovò ciò che sapeva esserci dentro, manette, con le quali la bloccò alla testata del letto.
Il respiro di lei era regolare, sembrava svegliarsi. Ormai nella testa di Rufus si andava facendo strada l'intento di eliminare quella donna, era necessario, e tanto più se ne convinceva che lentamente riuscì a percepire quella che capì essere una familiare allucinazione.
In un primo tempo fu solo olfattiva, mentre guardava il corpo caldo di Alexis che con la sua bellezza celebrava le sue origini russe, gli sembrò di percepire un odore di uova marce. Proveniva da lei, era putrefazione, carne morta, feci e urina che venivano rilasciate.
Con calma riuscì a continuare a guardarla mentre, lentamente, vedeva quella pallida gola squarciarsi, come le tende rosse del sipario a teatro che calano sulla scena il sangue fluiva copioso tra i seni piccoli.
Rufus sentì che cominciava anche ad odiarla. Stava provando un fortissimo fastidio nel sentire i suoi ultimi gorgoglii strozzati.
Infine vide il teschio di Alexis ormai vuoto e poi rieccola in tutto il suo splendore. Stava ancora respirando, intatta e composta come una porcellana.
Rufus abbassò la serranda della sua stanza mentre vedeva scendere la lama di una ghigliottina dietro il vetro della finestra, spense la luce e uscì dalla stanza chiudendo a chiave.
Prima di tornare alla macchina da scrivere pensò che avrebbe modificato la targa fuori della porta, correggendola "Prof. Rufus LaConnier morto dal 1840 e consorte, morta dal 1999".
pensò.